Divieto di lavoro nelle ore più calde: le regole 2026 per ogni Regione

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3 Giugno 2026, di Barbara Weisz – PMI.it

Con l’arrivo anticipato del grande caldo, anche nel 2026 le Regioni impongono il divieto di lavoro all’aperto nelle ore centrali della giornata. Le richieste dei sindacati hanno sollecitato quest’anno l’emanazione tempestiva dei provvedimenti: Lazio, Toscana, Piemonte, Puglia e Liguria hanno già firmato le ordinanze che fermano l’attività nei campi, nei cantieri e per le consegne nei giorni in cui il rischio è classificato come elevato.

Come si applica il divieto di lavoro

Il cuore dei provvedimenti è lo stop alle attività all’aperto dalle 12:30 alle 16. Il divieto non è tuttavia automatico: scatta solo nelle giornate in cui la piattaforma Worklimate, sviluppata da INAIL e CNR segnala un rischio da calore elevato per la zona e la mansione; in parallelo il Ministero della Salute diffonde ogni giorno i bollettini sulle ondate di calore per le principali città.

Ordinanze regionali per l’estate 2026

Le ordinanze hanno durata stagionale e fissano una data di scadenza, in genere fine agosto. Alcune Regioni allungano la finestra fino a metà settembre, motivando la scelta con estati sempre più calde e lunghe.

Le misure valgono per i lavoratori subordinati e gli autonomi impiegati in attività all’aperto fisicamente gravose nei settori più esposti allo stress termico, dall’agricoltura al florovivaismo passando per edilizia, lavoro nelle cave e logistica di piazzale.

Le ordinanze indicano le lavorazioni da fermare e in più casi includono anche rider impegnati nelle consegne urbane: il Lazio, ad esempio, ha inserito espressamente le consegne tra le attività sospese nelle ore più calde.

Regioni che hanno già legiferato

La Toscana ha aperto la stagione il 28 maggio con un’ordinanza valida fino al 31 agosto; il Lazio ha esteso il divieto fino al 15 settembre; il Piemonte fino al 31 agosto. Hanno firmato anche la Puglia fino al 15 settembre e la Liguria, che ha portato avanti di un mese l’entrata in vigore.

Regioni senza sospensione attività

Fuori dallo schema delle ordinanze si colloca il Veneto, che il 19 maggio ha approvato con delibera di Giunta un protocollo d’intesa per la gestione del rischio da calore nei luoghi di lavoro, in recepimento delle linee guida nazionali. Il documento prevede rimodulazione degli orari, pause in aree ombreggiate, idratazione, formazione e sorveglianza sanitaria, senza però introdurre il divieto secco nelle ore centrali. La Cgil non ha firmato e ha criticato la Regione per una risposta giudicata insufficiente, in particolare per edilizia, agricoltura, logistica e lavoro nelle fabbriche.

Non hanno invece adottato finora ordinanze Friuli-Venezia Giulia, Trentino-Alto Adige, Valle d’Aosta e Molise, complici climi alpini o territori dove il lavoro all’aperto sotto il sole estivo incide meno.

Regioni con ordinanze in arrivo

La pressione dei sindacati lascia prevedere che, come nell’estate 2025, il fronte delle Regioni con misure anti-caldo si allarghi nelle prossime settimane.

In Emilia-Romagna la Regione sta lavorando a un nuovo provvedimento, frutto del confronto con sindacati e amministrazioni locali, atteso a breve. In Lombardia non è ancora arrivata l’ordinanza per l’estate 2026: l’anno scorso la Regione è intervenuta il 1° luglio con provvedimento valido fino al 15 settembre; per quest’anno è dunque prevedibile che il divieto nelle ore più calde arrivi a breve. In Sicilia l’ordinanza non è ancora stata adottata ma la Cgil regionale ha chiesto di muoversi in anticipo e di convocare le parti per un protocollo sullo stress termico.

Nell’estate 2025 avevano firmato ordinanze analoghe anche UmbriaMarcheAbruzzoCampaniaBasilicataCalabria e Sardegna. Per il 2026 da questi territori si attendono pertanto analoghi provvedimenti man mano che le ondate di calore risalgono lungo la Penisola.

Cassa integrazione per il troppo caldo

Oltre ai divieti regionali, le imprese dispongono di uno strumento nazionale sempre attivabile, la cassa integrazione per caldo eccessivo. Quando le temperature, anche solo percepite, superano i 35 gradi e impediscono il regolare svolgimento del lavoro, i datori possono chiedere all’INPS la cassa integrazione ordinaria (CIGO), l’assegno del Fondo di integrazione salariale, i fondi di solidarietà bilaterali o la CISOA per l’agricoltura. Le regole di riferimento sono quelle del messaggio INPS 2130 del 2025, che l’Istituto aggiorna ogni estate.

La copertura vale anche per chi lavora al chiuso, negli ambienti privi di ventilazione o climatizzazione adeguate, e scatta pure quando è il responsabile della sicurezza a sospendere le lavorazioni per rischio. La domanda va presentata con la causale “eventi meteo“: non serve la consultazione sindacale e l’INPS acquisisce d’ufficio i bollettini, senza che l’azienda debba allegarli. Per il 2026 il massimale mensile lordo dell’integrazione salariale è salito a 1.423,69 euro.

Linee guida e obblighi delle imprese

A prescindere dalle ordinanze, sul datore di lavoro grava un obbligo di tutela fissato dall’articolo 2087 del Codice civile e dal Testo unico sulla sicurezza. Comporta l’obbligo di valutare il rischio da calore nel documento di valutazione dei rischi (DVR), garantire idratazione e pause in zone ombreggiate, attivare la sorveglianza sanitaria e predisporre sistemi di allerta in caso di ondate.

Le linee guida nazionali della Conferenza delle Regioni indicano queste stesse misure come standard minimo, da rafforzare quando i bollettini segnalano i livelli di rischio più alti.